Questa informazione è destinata agli italiani che considerano di recarsi in Belgio per ottenere l’eutanasia.

I non residenti possono beneficiare del quadro giuridico belga che disciplina l’eutanasia, a condizione naturalmente che rispettino i requisiti previsti della legge allo stesso modo di chiunque viva nel paese.

La distanza geografica, tuttavia, ha necessariamente sul processo un impatto di cui i non residenti devono essere consapevoli e che viene brevemente descritto nel presente documento.

Mentre la legge che disciplina l’eutanasia non si applica solo ai cittadini belgi, la residenza è comunque implicitamente un problema perché si tratta di una legge che de-criminalizza l’eutanasia. Di conseguenza, se il medico praticante (in seguito medico) deve evitare azioni penali, deve accertare che la richiesta del paziente è deliberata, ribadita e ben ponderata, che non è coercitiva e che il paziente subisce sofferenze fisiche o mentali insopportabili causate da una condizione grave e incurabile – sia che la sua origine sia patologica o accidentale.

Affinché il medico accerti che la richiesta è effettivamente deliberata, che non è il risultato di una qualche forma passeggera di depressione o di qualche fattore esterno come la pressione sociale o, deve aver sviluppato una profonda relazione terapeutica con il malato. Inoltre, il medico deve anche informare il paziente della sua condizione – che deve essere irrimediabile – e delle alternative delle cure disponibili o palliative.

Il medico dovrà anche consultare almeno un collega che esaminerà le cartelle cliniche e dovrà anche visitare il paziente. Se non si prevede un esito fatale a breve termine (cioè il paziente non è malato terminale), l’opinione deve essere richiesta a un terzo medico, uno psichiatra o un medico con esperienza specialistica nella patologia pertinente.

Di conseguenza, mentre la residenza in Belgio non è una condizione ai sensi della legge, la filosofia di base implica un soggiorno minimo nel paese e/o diversi viaggi per le varie consultazioni mediche poiché la relazione terapeutica non dovrebbe essere formato esclusivamente riguardante la questione dell’eutanasia.

È chiaro che ciò solleva difficoltà pratiche per coloro che vivono all’estero e si suggerisce che i non residenti in cerca di informazioni sul fine vita si rivolgiamo inizialmente alla loro associazione locale di diritto alla morte ed esamini le opzioni disponibili a livello locale.

In caso di soluzione a livello locale, tuttavia, il medico del paziente (medico generico o specialista) dovrebbe mettersi in contatto con i colleghi belgi specializzati nella patologia pertinente per avviare la procedura. Ciò implicherebbe ovviamente un viaggio in Belgio, probabilmente più volte, poiché le consultazioni possono non basarsi esclusivamente su cartelle cliniche o avvenire per telefono o via Internet.

È possibile l’assistenza di un interprete durante le visite mediche, il dossier medico del paziente deve essere tradotto in francese o olandese

Se il medico locale non fosse disposto o in grado di aiutare il suo paziente a stabilire questi contatti, i non residenti che desiderano impegnarsi in un tale processo potrebbero prendere in considerazione l’idea di contattare i “centri di consultazione di fine vita ” organizzate dall’ordine dei medici in diverse città belghe. I pazienti possono consultare detti centri autonomamente anche se dovrebbero preferibilmente essere indirizzati da un medico (medico di famiglia o specialista).  Queste consultazioni sono puramente informative e solo su appuntamento.

Vale anche la pena sottolineare qui che i medici sono particolarmente cauti quando si tratta di condizioni psichiatriche. Si tratta di situazioni di fronte alle quali ci vuole più tempo prima di decidere se l’eutanasia sarebbe ammissibile ai sensi della legge in quanto vogliono accertare che non vi è altra scelta né in termini di guarigione del paziente né per rendere le sue sofferenze più sopportabili. Ciò significa che il paziente dovrebbe con ogni probabilità prevedere un lungo soggiorno, di durata indefinibile, in Belgio senza alcuna garanzia di avere eventualmente accesso all’eutanasia.

Infine, i non residenti dovrebbero anche essere consapevoli del fatto che attualmente vi è una notevole reticenza nel corpo medico quando si tratta di trattare con pazienti non residenti a causa delle difficoltà pratiche che ciò comporta – e questo in particolare quando si tratta di condizioni psichiatriche per ovvie ragioni.

Di conseguenza, i pazienti non residenti con una condizione psichiatrica non dovrebbero avere molte speranze – se ce ne sono – che avrebbero accesso all’eutanasia in questo paese.

I requisiti in cui l’eutanasia può essere eseguita legalmente sono piuttosto rigidi, giustamente.  Il lungo dibattito sull’adozione di questa legge sulla de-criminalizzazione è stato estremamente controverso e l’ADMD ha lottato duramente per vederlo adottato.  È quindi fondamentale che la filosofia di fondo del diritto sia rispettata, per non criticare la nostra organizzazione per aver promosso una qualche forma di “turismo dell’eutanasia”.

Johannes Agterberg                                                                      23 luglio 2020

N.B. La presa di posizione delle associazione belghe pro-fine-vita volontario non si scosta significativamente da quella delle associazioni olandesi

Fonti:  sito AMDM Assocition pour le Droit a Mourir dans la Dignité (Associazione per il Diritto di Morire Dignitosamente) www.ADMD.be

            Sito LEIF Levenseinde Informatie Forum (Foro di Informazione sul fine-vita) www.LEIF.be

            Sito www.finevitavolontario.it paese Belgio 18 maggio 2020 Testo della Legge sull’eutanasia

Ho scritto questo articolo, apparso sul sito della Cellula Coscioni di Como, il 29 ottobre 2018, quasi 2 anni fa. Mi ne sono ricordato durante la pandemia del COVID-19. Ho visto la disperazione di familiari di pazienti deceduti a causa del virus. Pazienti che quasi tutti avevano delle patologie gravi qui morta era probabilmente imminente con chi sa quali sofferenze. Notevole era detta disperazione e mi sono chiesto se fosse necessario. Secondo me no e mi spiego. Empiricamente è provato che una buona preparazione alla morte tende a mitigare il dolore della scomparsa di un caro e dimezzare il periodo di lutto. Per ottenere questo risultato è necessario un dialogo tra medico di famiglia, i parenti e il paziente, in altre parole, rompere il tabù di parlare del fine-vita che prima o poi tocca a tutti noi. Qui il medico di famiglia ha un ruolo importante perché sarà lui a iniziare detta dialogo quando ritiene opportuno visto il peggioramento della condizione di salute del suo paziente. Sarà una conversazione difficile e non tutti i medici hanno l’esperienza di poterlo fare. Ragione per cui già durante la formazione dei futuri medici è consigliabile porre attenzione a questo argomento.

Ecco il testo dell’articolo.

Ho partecipato passivamente e attivamente come relatore, a incontri con lo scopo di divulgare la conoscenza ai cittadini sulla possibilità di redigere le Disposizioni Anticipate di Trattamento (le DAT), introdotte nella legislazione italiana nel dicembre 2017 con la legge 219, norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. (anche definito come bio-testamento

In più occasioni è stata posta la domanda se la sua redazione sia utile. La sviluppo della medicina è continuo e quindi sono disponibili per i medici e i malati nuove cure, sviluppo che potrebbe influire su quanto disposto dal paziente e quindi rende necessario l’aggiornamento delle DAT. Siccome le nuove scoperte nel campo della medicina sono innumerevoli e conseguentemente detti aggiornamenti potrebbero essere frequenti. A questo fatto si aggiunge che la scala delle malattie è talmente ampia che non è possibile inserire tutte nelle DAT.

Ragionando in questo modo va dimenticato un aspetto delle DAT che, stranamente, non è mai osservato dei partecipanti durante le presentazioni. Le DAT obbligano le persone di pensare sul fine-vita che toccherà a tutti noi, normale per la società, traumatico per il paziente e per i suoi cari .

Quante volte mi è capitato quando tocco l’argomento fine-vita, di trovarmi di fronte un interlocutore che si chiude come un riccio e tenta di cambiare immediatamente argomento.

Vogliamo rompere questo tabù? Non vogliamo che l’uomo o la donna cominciano ragionare, non solo nella fase terminale di una malattia infausta senza prospettive, come vogliono affrontare questa fase della loro vita? Non vogliamo che questa fase è vissuta nel modo più serena possibile e rendere meno traumatico il decesso di un familiare o di un amico?

È vero che un individuo sano che redige le DAT non può prevedere né le malattie che dovrà affrontare né gli sviluppo della medicina, ma si può senza dubbio dedurre da quello che ha scritto il suo orientamento come continuare a vivere quando si ammala gravemente e come morire.

Sempre dalle mie esperienze ritengo fondamentale, nella stesura delle DAT, il supporto del medico di base o l’equipe di medici anche in relazione quanto ho scritto prima.

Solo un medico ha la conoscenza di guidare il paziente, il più obiettivo possibile, nella corretta e chiarissima stesura delle DAT. Non vuole dire che il medico decide cosa inserire e cosa no, ma compilandolo insieme, il suo paziente si rende conto delle conseguenze delle sue scelte. Eventualmente il medico sigla le DAT come “presa visione”. Chiudo con un consiglio: perché i medici non chiedono a loro pazienti se sentono il bisogno di compilare le DAT?

Purtroppo l’esperienza è che agli incontri, con lo scopo di spiegare ai cittadini il contenuto della legge 219, solo in casi eccezionali sono presenti i medici, peccato.

La legge non ha inserito l’obbligo di aggiornare periodicamente le DAT, si consiglia comunque di aggiornare periodicamente in base allo stato di saluto dell’individuo e/o al cambiamento delle sue idee come affrontare il fine-vita.

In conclusione mi auguro che i medici aiutano in futuro i loro pazienti di fornire il supporto, considerato tempo di cura, nella compilazione chiara delle DAT, evitando incertezze per tutti gli operatori che devono decidere sulle cure volute dal paziente in casi di emergenza.

Auspico inoltre che, pur riconoscendo la difficoltà nella compilazione delle DAT, come esposto precedentemente, si promuove la sua compilazione, anche se sarebbe soltanto utile per iniziare la discussione sul fine-vita senza fughe in avanti.

Johannes Agterberg, 29 ottobre 2018 – Aggiornato 8 settembre 2020

Prendo spunto dell’articolo apparso il mercoledì 5 agosto 2020 su Avvenire.it con il titolo: Olanda. Pubblicità choc: “Se vuoi morire rivolgiti a noi”. Titolo degna di un giornaletto scandalistico ma non me lo aspetto da Avvenire.

La giornalista ha sbagliato la traduzione dell’Associazione anziché “Volontario” ha scritto “Libera”. L’eutanasia in Olanda non è libera e non è un diritto. Per l’accoglimento di una richiesta esiste una rigida procedura e soltanto un terzo delle domande è accettato.

L’articolo descrive la campagna che ha iniziato l’Associazione Olandese per il Fine-vita Volontario (NVVE)sui media TV, giornali e cartelloni pubblicitari sul tema “Domande sul fine-vita? Noi ci siamo”.

Per il momento si tratta di tre spot televisivi di 30 secondi ciascuno con i seguenti titoli:

  1. Non abbiamo difficoltà con un argomento difficile;
  2. Non abbiamo tutte le risposte però puoi fare tutte le domande che vuoi:
  3. Noi siamo i primi che chiami sull’ultimo argomento al quale vuoi pensare.

Gli spot contengono un invito a contattare la NVVE per parlare sui dubbi, le ansie e le domande che ognuno può avere quando sente avvicinare il fine della sua vita. Negli spot non si fa nessun accenno alla possibilità di eutanasia o assistenza al suicidio.

Lo scopo delle conversazioni con gli interessati è fornire informazioni su tutti gli aspetti del fine-vita come per esempio: la compilazione della dichiarazione di volontà, il coinvolgimento della famiglia, le cure disponibili e i requisiti per chiedere l’eutanasia o l’assistenza al suicidio. Nei colloqui il consulente non effettua NESSUNA pressione sulle persone per quanto riguarda l’eutanasia, tesi confermata dal responsabile della campagna da me interpellato a proposito. Anzi: i consulenti insistono che l’eutanasia non è l’unica soluzione per lenire la loro sofferenza.

Perché la NVVE ha iniziato suddetta campagna? Nel giugno 2019 dell’anno scorso il Ministro della Sanità, il Benessere e lo Sport ha invitato i medici, sopra tutto quelli di famiglia a dedicare maggiore attenzione agli aspetti intorno al fine-vita, parlandone con i loro pazienti, soprattutto quelli vulnerabili e coinvolgendo anche i familiari. Empiricamente è accertata che la preparazione all’imminente decesso di un loro caro, accorcia il periodo di lutto e ne diminuisce la profondità.

A tale proposito il suo ministero ha iniziato una campagna pubblicitaria con il motto “Mi hanno detto che morirò, ma fino a quel momento vivo”. Il ministro ha dichiarato “La conversazione sul fine-vita è difficile, Non sembra appartenere alla nostra società Instagram. Ma è necessario che diamo alla morte l’importanza che merita, come parte della vita a tutti gli effetti”.

Tra partentesi: In Olanda si verificano ogni anno circa 150.000 decessi. Il ministro sottolinea che per 80% la morte non è inaspettata e che circa 120.000 malati ricevono adeguate cure palliative. Un sogno per i malati italiani.

La necessità di informare si è amplificata ulteriormente a causa della pandemia del COVID-19. Ripeto che parlare del fine-vita è un compito difficile e non tutti i medici sono preparati o capaci per trattare in modo adeguato l’argomento. A mio avviso la NVVE ha voluto venir incontro a questo problema, proponendosi come valido alternativo ai medici, mettendo a disposizione tutta l’esperienza che ha acquisito in 40 anni di attività.

Tornando all’articolo, la giornalista scrive della signora con i capelli grigi che “invita” di rivolgerti a loro se cerchi “qualcuno che posso assecondare e regolare il tuo desiderio di morire”. FALSO. La signora non fa altro che invitarti di parlare sul fine-vita. Nessun accenno a un desiderio di morire.

Lo stesso vale per la signora giovane con la sedia da regista che fa intendere che “devi avere in mano la regia della tua vita”. Perché una persona capace di intendere e volere non può decidere sui trattamenti proposti nel caso di malattia ed a essere informata adeguatamente sulle alternative in caso di sofferenze insopportabili?

Non è altro che la stessa regia o l’autodeterminazione prevista in Italia dalla legge 219/17?

Quando la giornalista parla del “termine del lockdown che per loro ha significato la sospensione dell’accoglimento delle richieste di eutanasia” mostra chiaramente la mancanza di conoscenza della situazione. Non specifica meglio “loro”. La NVVE non ne appartiene perché è un’associazione che promuove si una morte dignitosa ma non accoglie richieste di eutanasia. I medici di famiglia no, perché hanno continuato ad applicare l’eutanasia. Tra parentesi detti medici accolgano 83% delle relative richieste. Contattando la Commissione Controllo Eutanasia mi ha informato che il numero di segnalazioni è in linea a quello dell’anno scorso. Soltanto il centro Esperienza Eutanasia ha sospeso temporaneamente cioè dal 17 marzo al 13 maggio 2020 l’accoglimento delle richieste per permettere ai medici che collaborano con detto centro, di aiutare i loro colleghi durante l’emergenza COVID-19.

La lezione online organizzate dall’NVVE che dura un’ora, ha per obiettivo principale tutti gli aspetti da considerare quando si compila la dichiarazione di volontà (il bio-testamento) e l’importanza di un aggiornamento nel caso che si verificasse un cambiamento nella condizione di salute, originariamente non prevista in detta dichiarazione. Quindi nessuna “triste attività assistenziale” ma informare i cittadini in modo adeguato come prepararsi alla fine della loro vita.

La tristezza che ho sentito in Italia quando ho notato che durante le mie presentazioni della legge 219/127 (le disposizioni anticipate di trattamento e il consenso informato) la mancanza dei medici di famiglia. Ma dove sono (ho pensato) loro, i medici che dovrebbero essere il punto di riferimento per i loro pazienti, assistendoli nella compilazione delle DAT e assisterli alla preparazione della morte.

Ho concluso che non sono capaci né preparati, non solo per colpa loro, ad affrontare con il paziente una conversazione sul tema del fine-vita, vita che non è eterna e il suo fine toccherà a tutti.

Il giornalista osserva che girano su YouTube altri video promozionali decisamente crudeli. Un giornalista professionale avrebbe indicato le fonti originarie di tali video. Facendo così divulga soltanto notizie tendenziosi. Infatti, il responsabile della comunicazione dell’NVVE mi ha informato che tali video non sono MAI pubblicati dalla sua organizzazione.

Concludo con l’augurio che il Ministro Speranza imita il suo collega olandese, adottando il motto: Il nuovo “normale” è semplicemente poter parlare del fine-vita.

Johannes Agterberg             12 agosto 2020

Rivista Olandese di Medicina

Eutanasia nei Paesi Bassi: un pendio scivoloso?

Autore Bert Keizer – 25 giugno 2020

Sì, è spaventoso e scomodo. E questa è una buona cosa, dice Bert Keizer, medico presso il Centro Esperienza Eutanasia. Perché porre fine attivamente a una vita non dovrebbe mai diventare un lavoro di routine. Nel frattempo, è molto bello le possibilità esistente nei Paesi Bassi per quanto riguarda il fine-vita volontario.

 SOMMARIO

I medici temono l’eutanasia per una buona ragione: si tratta di porre fine deliberatamente a una vita umana. Tuttavia, molti medici olandesi negli ultimi decenni si sono dimostrati disponibili a soddisfare una richiesta di interruzione volontaria della vita. Una delle cause di tale richiesta risiede negli sforzi diagnostici a volte persistiti per troppo tempo, risultando in trattamenti meno utili. La preoccupazione per un possibile pendio scivoloso è comprensibile. Dopo i malati terminali, i malati cronici, i malati psichiatrici, le persone in diversi stadi di demenza, gli anziani con un accumulo di affezioni e ora anche gli anziani senza problemi gravi di salute. La conversazione su questo non si concluderà mai, ma ora è stato raggiunto qualcosa di unico: per la prima volta nella storia, è diventato possibile lasciare intenzionalmente la vita, quando è diventata insopportabile, conversando con le persone più care.

Ogni medico si ricorda la sua prima eutanasia. Questo vale anche per la prima infusione riuscita o per la prima diagnosi corretta. Ma quella prima eutanasia ti tocca più a fondo. Perché riguarda la morte. Questa volta non come un visitatore sgradito, ma come un ospite che hai fatto entrare intenzionalmente. C’è un’angoscia specifica intorno all’eutanasia e questa deriva dal fatto che dopo non si può mai chiedere se questo è ciò che l’uomo o la donna in questione volevano veramente. Coloro che praticano l’eutanasia sono improvvisamente molto vicini all’irreversibilità della morte. La situazione è diversa con un’infusione che non funziona o una diagnosi errata. Finora parliamo troppo poco della nostra paura per l’eutanasia.

Alla domanda sul perché l’applichiamo all’occorrenza non è così facile rispondere. Parte della risposta sta nella consapevolezza che la medicina curativa a volte può fare poco. Alla fine del secolo scorso, c’era una crescente consapevolezza che i medici a volte causano anche molti problemi a causa della loro ossessione per la diagnostica e che si aggrappano in modo superstizioso a opzioni curative sottilissime. Non era raro che abusassero di persone malate terminali, provocando sofferenze da incubo. Vista in questo modo la possibilità di palliazione e successiva eutanasia è un processo di emancipazione. La medicina si sveglia e vede quello che a volte ha causato.

LA STORIA

Per quanto riguarda l’applicazione dell’eutanasia, il periodo fino al 1973 può essere chiamato gli anni del nascondere. Il 1973 fu l’anno in cui il medico generico della Frisia Truus Postma fu condannato a una settimana di prigione con sospensione della pena per aver concesso l’eutanasia alla sua anziana madre. Questa è stata la ragione per la fondazione dell’Associazione Olandese per il Fine-vita Volontario (NVVE). Il tutto non era molto “elegante” in quei primi anni. Niente era stato segnalato e niente era stato registrato su carta, nessun collega indipendente è stato chiamato per un consulto e nulla è stato controllato in seguito. Tutto è avvenuto per intuizione di quell’unico dottore e ha portato inevitabilmente a un pasticcio. Consideri in questo contesto anche l’applicazione tecnica. Alcuni pazienti hanno aspettato invano per giorni la morte dopo una dose sbagliata. Altri sono stati trattati in modo troppo deciso nel porre fine alla loro vita. In quelle circostanze, il lavoro imprudente, secondo i requisiti di accuratezza su cui ora ci siamo accordati, era in realtà inevitabile.

Poi vennero gli anni in cui l’eutanasia era segretamente possibile, ma ufficialmente non permesso. Un’atmosfera discutibile si è creata intorno alla morte autoscelta: “insieme osiamo fare qualcosa di molto speciale”. Il fatto che dovresti segnalare, è stato vissuto come una profanazione di un evento intimo.

Poi sono arrivati ​​gli anni della tolleranza, in cui un medico poteva denunciare l’eutanasia senza invocare una minaccia su sé stesso (seguendo i criteri di accuratezza indicati nelle sentenze di tribunali e della Corte Suprema degli anni Ottanta – JA). E come fase finale, nel 2002, la legge sul controllo dell’interruzione della vita su richiesta e del suicidio assistito.

Questa legge ha creato spazio per applicare l’eutanasia a tutti gli effetti. Ai morenti è stato dato la possibilità di considerare come dovrebbe essere la loro fine della vita e soprattutto chi potrebbe essere presente. I medici non dovevano più agire nell’angoscia del proprio giudizio, ma avevano il supporto e la motivazione del medico SCEN (Supporto e Consulto Eutanasia Paesi Bassi -JA). Anche l’applicazione tecnica è diventata un punto di attenzione esplicito. Infine, era previsto la verifica (dell’operato del medico- JA) da parte di una Commissione di Controllo Eutanasia, e, ma molto dietro, del giudice. Quel giudice di recente si è rivelato non essere solo una possibilità teorica. Nel 2016, il collega A. ha concesso l’eutanasia a una donna demente, intanto, incapace di intendere e volere, sulla base di una dichiarazione di volontà. Sono seguiti diversi procedimenti disciplinari e legali. Nell’aprile 2020, ciò ha portato a una sentenza della Corte Suprema, che sarà discussa più avanti in questo articolo.

IL PENDIO SCIVOLOSO

All’inizio del secolo, accadde ciò che i nostri colleghi britannici avevano predetto anni prima con palese compiacenza: chi si imbarca nell’eutanasia si avventura su un pendio scivoloso lungo il quale scivola irrevocabilmente fino all’uccisione casuale di malati indifesi.

È troppo facile liquidare la frase “pendenza scivolosa” come retorica a buon mercato. Trasmette anche una reale preoccupazione per ciò che stiamo facendo. Qui ci imbattiamo in un aspetto importante dell’azione umana ai margini di quella che potreste chiamare la società etica. Con ogni confine che ci poniamo, c’è la possibilità di attraversarlo. Ciò vale anche per le aree periferiche della condotta etica. L’aborto una volta era vietato, poi a malapena, poi fino a 12 settimane e ora anche fino a 20 settimane. Quel “anche” dice tutto. Qualcosa di simile sta accadendo ora nel campo della ricerca sugli embrioni umani, dove stiamo iniziando a lasciare la fase del “mai”.

E così è stato con l’eutanasia. Ogni volta che veniva tracciata una linea, veniva spostata di nuovo. Abbiamo iniziato con i malati terminali, ma anche tra i malati cronici si è accertato che c’era una sofferenza senza speranza e insopportabile. Successivamente, persone con demenza in stato iniziale, pazienti psichiatrici, persone con demenza avanzata, persone (molto) anziane che hanno lottato con un accumulo di disturbi della vecchiaia e infine persone (molto) anziane che, pur non soffrendo di una malattia invalidante o limitante, continuano a considerare che la loro vita non ha più contenuto. Il malaugurato termine “vita compiuta” è stato utilizzato per il problema di quest’ultimo gruppo. Questo numero (della rivista – JA) discute i pazienti di ciascuna di queste categorie.

Ciò comporta sempre problematiche uniche. Ad esempio, per una malattia psichiatrica è difficile distinguere un desiderio di morte morboso e non morboso. Inoltre, un termine come “esauriti i trattamenti”” è difficile applicare in modo univoco per i malati psichiatrici.

Con la demenza, c’è il problema del tempismo. Una persona con demenza che aspetta troppo a lungo può essere mentalmente incapace di avere l’eutanasia. Ma le persone devono lasciare la vita quando sono ancora abbastanza in gamba?

Quando si tratta della questione se un accumulo di disturbi della vecchiaia renda la vita insopportabile, i pazienti dipendono molto dal giudizio del proprio medico. Alcuni medici “accumulano” più facilmente di altri. E qui ci imbattiamo in un aspetto delicato della pratica dell’eutanasia: inevitabilmente è coinvolta un certo arbitrio. La stessa situazione può facilmente essere motivo di eutanasia in città A, mentre in città B nessun medico vuole assecondarla.

Questo arbitrio si è rivelato estremamente acuto per quanto riguarda i problemi delle persone con demenza avanzata che a volte soffrono insopportabilmente e senza speranza. La dichiarazione di volontà ha fornito una soluzione. Dopo tutto, la legge afferma che la dichiarazione di volontà possa sostituire una richiesta orale. Quindi le persone che hanno scritta, quando erano ancora capaci, di volere l’eutanasia quando sono così malmesse da non poterla più chiedere, dovrebbero vedere accolta la loro richiesta.

I medici si sono resi conto che avrebbero dovuto applicare l’eutanasia alle persone che non si rendevano più conto di ciò che stava accadendo loro. Erano già noti casi in cui pazienti incapaci mentalmente avevano ricevuto la loro eutanasia sulla base di tale dichiarazione. Sono state fatte proteste contro questa possibilità. Il Pubblico Ministero ha deciso che dovrebbe esserci chiarezza su questo punto. Il collega A. ha concesso l’eutanasia a una donna demente incapace ed è stato interrogato in merito dalla Commissione Controllo Eutanasia, dal Collegio Disciplinare regionale e centrale e infine dal Tribunale dell’Aia. Quest’ultimo ha approvato il suo operato. Tale sentenza è stata confermata dalla Corte Suprema il 21 aprile 2020. Chi si oppone dirà: questo permette l’uccisione di malati indifesi. E l’altra parte sente: c’è la possibilità di evitare sofferenze insopportabili nella demenza avanzata senza dover lasciare la vita in anticipo forzatamente.

In retrospettiva, è vero che ora accogliamo le richieste di eutanasia di persone alle quali avevamo detto, un po’ ‘indignati, 20 anni fa: “ Dai, è davvero impossibile’ ‘. E guardando al futuro, non c’è motivo di credere che questo processo. di interrompere la vita in caso di demenza avanzata, si fermerà. E il detenuto che è condannato all’ergastolo e desidera disperatamente la morte? O bambini doppiamente handicappati che, sebbene istituzionalizzati, soffrono in modo insopportabile e senza speranza. secondo i loro genitori, a causa di autolesionismo? Non credo che siamo su un pendio scivoloso, nel senso che ci stiamo dirigendo verso il disastro. Piuttosto, c’è un cambiamento che non è catastrofico, ma richiede che continuiamo a essere coinvolti come società civile.

IL CENTRO DI FINE-VITA

Quanto all’arbitrarietà, qualsiasi medico può rifiutarsi di accogliere una richiesta di eutanasia, senza spiegazioni. Commettere l’eutanasia non è un atto medico ordinario, motivo per cui i medici non possono essere tenuti a collaborare. Sfortunatamente, i medici spesso rifiutano una richiesta per motivi ingiusti, come: l’enorme burocrazia (che in pratica non è così onerosa); la minaccia della Commissione di Controllo Eutanasia (controllano, non puniscono); la minaccia della giustizia (corretta, ma poiché c’è una legge, osiamo farlo); un’interpretazione troppo ristretta dei requisiti di accuratezza. Non ci sono medici che rifiutano una richiesta di eutanasia con un “non oso”, anche se in molti casi questa è la risposta onesta.

Per quanto riguarda il timore della Commissione di Controllo Eutanasia – e dietro di esso del giudice – è bene tenere presente che negli ultimi 40 anni nessun medico nei Paesi Bassi ha trascorso nemmeno un minuto in prigione in seguito ad una denuncia. Indipendentemente da ciò, molti pazienti non hanno visto accolto la loro richiesta a causa di questa paura. Per venir incontro a questa esigenza, la NVVE ha istituito il Centro di Fine-vita nel 2012. Questa organizzazione, chiamata Centro Esperienza Euthanasia dal 2019, impiega 70 team composti da un medico e un infermiere. In totale, ha accolto circa 600 richieste di eutanasia all’anno.

L’iniziativa è stata inizialmente accolta con qualche cipiglio da più parti. L’eutanasia era considerata un atto un po’ ‘sacro, che i medici dovevano eseguire solo in casi eccezionali. Una affermazione spesso sentita è stata: l’eutanasia non dovrebbe diventare la norma.

Tuttavia, è ben noto che la quantità implica un aspetto di qualità per interventi medici complessi. E non solo con la chirurgia esofagea. Nel frattempo, i medici che lavorano presso il Centro Esperienza Eutanasia hanno acquisito una notevole esperienza attraverso l’intervisione intensiva, interrogativi reciproci di routine e monitoraggio reciproco. Mettono esplicitamente questa esperienza a disposizione dei colleghi che hanno domande sull’applicazione dell’eutanasia.

Da un lato, il Centro Esperienza Euthanasia ha fallito. L’idea era che si sarebbe rapidamente reso inutile. Non è così che è successo. Al contrario, la domanda continua ad aumentare, tanto che qua e là si suggerisce di sviluppare una specializzazione in eutanasia. Non è una cattiva idea di per sé, se si presume che le nuove categorie che si presentano causino crescente incertezza e riluttanza tra i medici. La discussione su questo è appena iniziata.

ALLA FINE

Il fatto che il medico non sia più un ostacolo alla morte, ma che a volte lo inviti addirittura, è uno sviluppo molto speciale all’interno della nostra professione. Sarà sempre accompagnato da discussione, disagio, paura e incertezza. Questa incertezza, in particolare, resta il segno distintivo di un problema etico; non è segno che siamo su un pendio scivoloso. Nel frattempo, è qualcosa di unico che abbiamo sviluppato qui: la possibilità di lasciare la vita volontariamente, se è diventata troppo per te, conversando con i tuoi cari.

Traduzione Johannes Agterberg

La libertà di espressione e di stampa è una licenza per raccontare frottole?

I giornalisti parlano tanto della libertà di stampa che è una giusta causa. Purtroppo, ci sono giornalisti che interpretano detta libertà come l’alibi di raccontare bugie, mezzo verità, informazione manipolata, tendenziosa o incompleta e affermazioni senza indicare la fonte oltre, in alcune occasioni, a mostrare un’ignoranza incredibile sui temi dei pezzi da loro scritti.

Parliamo dei fatti.

Oggetto del mio articolo sono gli articoli pubblicati su L’Occidente e Il Foglio, che riguardavano la sentenza della Corte Suprema olandese per un caso dell’interruzione volontaria del di una donna di 74 anni nello stato di demenza avanzata, che è deceduta in seguito all’applicazione dell’eutanasia. Il medico era stato condannato dal Tribunale ordinario per omicidio, sentenza poi annullata dalla Corte di Cassazione. Mentre il Pubblico Ministero non ha appellato la decisione di detta Corte, il Procuratore Generale della Corte Suprema invece ha presentato ricorso in cassazione contro la sentenza di Cassazione nell’interesse della legge, in questa circostanza La legge del 12 aprile 2001 sul controllo dell’interruzione della vita su richiesta e del suicidio assistito (in seguito: la Legge). Secondo la sentenza (informazione che manca nei due articoli che smantello in seguito): “La paziente sapeva meglio di chiunque cosa l’avrebbe aspettata, dato che non solo sua madre ma anche i suoi fratelli erano stati colpito da Altzheimer”, e ancora “la clausola di demenza (descritto nella richiesta di eutanasia del 2012 e modificata nel 2015 – JA)  non era ambigua per quanto riguarda il desiderio di eutanasia nel caso di un ricovero in una casa di cura a causa della demenza avanzata”.

L’Occidente – Articolo del titolo “In Olanda il “piano inclinato” non si ferma: via libera all’eutanasia per demenza senile” di Veronica Mameli – pubblicato il 27 aprile 2020

Già nella seconda riga scrive “ma non rinnovato” sarebbe stato corretto aggiungere “a causa della demenza avanzata che impediva alla paziente di comunicare”. Il lettore potrebbe pensare che dopo la stesura della richiesta di eutanasia nel 2012 la richiesta non sarebbe ripetuto. Non è vero come risulta dalla sentenza della Corte Suprema del 21 aprile 2020 (la sentenza). “Ciò deriva dalla dichiarazione del medico di famiglia, che ha discusso con la paziente la richiesta di eutanasia e la clausola di demenza in presenza del marito, riconfermando la paziente poi ripetutamente verbalmente il suo desiderio”. E ancora “Il marito e la figlia, con i quali la paziente discuteva sovente del suo desiderio, confermavano altrettanto che le sue richieste esprimevano espressamente e persistentemente detto desiderio (di eutanasia JA). Poi la Mameli scrive “nonostante l’opposizione dei suoi familiari”. Non c’è nessun accenno nella sentenza che i familiari sarebbero stati contrari all’eutanasia né hanno denunciato il medico. Sono stati coinvolti continuamente durante il progredire della malattia, come risulta da quanto scritto nella sentenza. Siccome la paziente era molto agitata, il medico ha somministrato un tranquillante, dopo che si era convinto che l’agitazione non era da interpretare come segno di rifiuto dell’eutanasia.

Come previsto dai requisiti di accuratezza il medico nella valutazione di una richiesta di eutanasia deve escludere qualsiasi opinione dei familiari o da terzi.

Sempre nell’articolo è scritto che “se il consenso non può essere rinnovato da parte della paziente e quindi anche se la volontà al riguarda potrebbe essere mutata”. Al paragrafo 4.4.4. la Corte cita che Certo è che la paziente non ha mai revocato la richiesta di eutanasia e la clausola di demenza del 2012 e la richiesta modificata del 2015. L’unica possibilità sarebbe quindi che la volontà della paziente sarebbe mutata quando la demenza era avanzata e non era più capace di intendere e volere, mi sembra una affermazione illogica.

Scrive “si allargano le maglie dell’applicazione dell’eutanasia”. Non capisco cosa intende la Mameli. Leggendo la sentenza, la Corte Suprema stabilisce che soltanto nella presenza di una richiesta di eutanasia trasparente come il vetro e inequivoca, il medico può accogliere una richiesta di eutanasia per pazienti incapaci. La Corte conferma quanto stabilito nelle linee guida per i medici, che, nei casi complessi, i medici indipendenti di consultare sono due e non è uno.

A me pare che la Corte dia un’interpretazione della Legge proprio per evitare il rischio del pendio scivoloso, quindi restringendo le maglie.

Non deve mancare l’accenno al capitolo 4, paragrafo 4 “Pazienti con demenza” del Codice Eutanasia 2018, emesso dalla Commissione Controllo Eutanasia con l’avallo dall’Ordine Olandese dei Medici. Il Codice è la linea guida per medici e altri collaboratori sanitari coinvolti nell’applicazione dell’eutanasia. “Si deve trattare di un paziente, che prima di entrare nella fase della demenza avanzata, deve soffrire insopportabilmente delle conseguenze della degenerazione delle capacità cognitiva e delle capacità motoria ma anche della paura per un ulteriore peggioramento della situazione come la perdita di dignità. Il medico deve includere nelle sue considerazioni l’intero processo della malattia e tutte le altre circostanze specifiche..”

Passiamo all’ultima frase (a effetto). Si riferisce al principio “del favor vitae, cardine di ogni civiltà”. Quindi un paese non è civile quando ha il coraggio di legiferare la libertà di ogni cittadino di terminare la vita devastata da sofferenze intollerabili e senza la minima possibilità di guarigione. E’  civile un paese dove 93% è al favore o non contrario all’eutanasia, mentre il Parlamento fa l’orecchio del mercante?

Continuo l’analisi dell’articolo apparso sul Foglio il 27 aprile 2020 del titolo “Contagio da eutanasia – l’Olanda impartisce la morte ai malati senza consenso rinnovato. Parla Theo Boer “E’ una catastrofe”.

Autore Giulio Meotti

Già il titolo fa inorridire perché è una chiara dimostrazione dell’ignoranza del giornalista. Cominciamo con la parola impartire: assegnare in particolare in contesti formali, didattici, gerarchici, liturgici (dizionario Garzanti). In Olanda nessuno impartisce a un paziente l’eutanasia. Soltanto un malato che soffre insopportabilmente può chiedere l’eutanasia o l’assistenza al suicidio.

Prosegue con “la morte di malati senza consenso rinnovato” omettendo probabilmente volutamente, che si trattava di una donna malata di demenza avanzata, non più in grado di comunicare. A tale proposito rimanda al mio commento del primo articolo. Scrivendo così l’autore vuol fare intendere che in Olanda si ammazzano i dementi. Vergogna.

L’autore ha interpellato l’etico Theo Boer. Chi è il professore Boer? È un protestante riformista e meglio ortodosso che era membro di una delle Commissioni Regionali Controllo Eutanasia dal 2005 al 2014. Era in quel periodo a favore dell’eutanasia in casi di “emergenza” In 2014 cambiava radicalmente opinione per quanto riguarda l’eutanasia considerandolo non appropriata. Può capitare. Strano invece è la coincidenza con la sua nomina all’Istituto Lindeboom come professore in “Etica nella Sanità”, istituto che dipende dalla Università Teologica di Kampen. Mentre detta Università è una istituzione protestante riformista non contrario all’eutanasia in casi di emergenza, l’Istituto Lindeboom sembra contraria. L’istituto è stato costituito da alcune istituzioni olandesi protestanti riformisti e collabora con l’Università Evangelica Olandese che studia la scienza da una prospettiva biblica creazionista.

L’Istituto Lindeboom promuove “una sana etica medica biblica”. Per capire il significato bisogna visitare il sito web che indica il compito del Consiglio: “La protezione delle persone in ogni fase della vita”.

Gli sponsor sono tra altro l’Assicurazione Sanitaria Pro Vita e la Fondazione per la Filosofia Cristiana che sono fortemente contrarie all’eutanasia.

Chiedere quindi a professor Boer la sua opinione sull’eutanasia di persone profondamente dementi e come chiedere a cardinale Ruini (con tutto il rispetto per lui) se è a favore dell’aborto.

Aggiungo, conoscendo come nessun altro in Italia la tematica del fine-vita in Olanda e avendo contatti diretti con gli esponenti più autorevoli, informo l’autore del pezzo che Boer è una figura di secondo piano nella discussione sui temi di fine-vita. Al posto suo avrei interpellato il Dott. Jacob Kohnstamm, Presidente della Commissione Controllo Eutanasia (in seguito la Commissione).

Comunque, è chiaro che all’autore non gioiva di avere un’opinione da un esponente autorevole olandese, avrebbe capito che sarebbe meglio star zitto anziché scrivere frottole come spiegherò in seguito.

Nella seconda riga dopo “quando riterrò opportuno il momento giusto” l’autore omette di indicare la ragione più importante della richiesta di eutanasia cioè “la clausola di demenza (descritto nella richiesta di eutanasia di 2012 e modificata nel 2015 – JA) non era ambigua per quanto riguarda il desiderio di eutanasia nel caso di un ricovero in una casa di cura a causa della demenza avanzata”.

Per quanto riguarda la reazione della paziente durante l’applicazione dell’eutanasia, la sentenza al paragrafo 5 dice “Durante l’applicazione dell’eutanasia, il medico dovrà prendere in considerazione eventuali comportamenti irrazionali o imprevedibili della paziente. Questo può essere il motivo per dare al paziente il farmaco per evitare detta situazione.”.

Che la paziente “forse ci ha ripensato” è inverosimile perché durante tutta la fase della demenza avanzata non c’è stata nessuna espressione o comportamento dalla paziente che potrebbe indicare che lei non desiderava più l’eutanasia.

Per quanto riguarda il consenso rinnovato di una paziente non più in grado di comunicare rimando al mio commento dell’articolo apparso su L’Occidente. Chiedo all’autore: come fa esprimere la paziente il consenso quando non è più capace di comunicare e come fa verificare i desideri a tal momento? Siamo realisti e consideri il fatto che il medico di famiglia ha seguito la paziente per anni durante la progressione della malattia e davanti a lui la paziente si è espressa ripetutamente sulle circostanze in cui desiderava morire. 

Vorrei osservare che l’autore confonde il lettore quando parlo “di un paziente psichiatrico”, non di una paziente demente.

Il manifesto conteneva l’opinione di una minoranza di medici, che hanno espresso la loro opinione ma non à LA opinione vigente in Olanda sia dei medici, degli psichiatri e dell’opinione pubblica (secondo un sondaggio del novembre 2019 effettuato dall’Ufficio Centrale di Statistica – CBS – 80%! dei cittadini è a favore). Tra parentesi gli obiettori di coscienza per motivi ideologici o religiosi non superano il 10% circa. Come risulta dalla mia analisi dei singoli giudizi consultabili sul sito della Commissione, i medici sono molto prudenti nell’applicare l’eutanasia di malati psichiatrici e dementi visto la complessità per accertare l’insopportabilità della sofferenza pur riconoscendo che possono soffrire le pene dell’inferno come i malati somatici.

La Fondazione per la Protezione dei Pazienti è ideologicamente contraria alla eutanasia. La dichiarazione che è in atto in Olanda “un processo di assuefazione” è parziale e contradetta dei fatti.

Dai rapporti annuali della Commissione risulta che i casi di eutanasia per demenza sono stati nel 2015: 109 (2,0% su 5.516 casi). il dato su casi di demenza avanzata non è disponibile, nel 2016: 141 (2,3% su 6.091 casi) di cui 2 per demenza avanzata, nel 2017: 169 (2,5% su 6.585 casi) di cui 3 per demenza avanzata, nel 2018: 146 (2,4% su 6.126 casi) di cui 2 per demenza avanzata e nel 2019: 162 (2,7% su 6.361 casi) di cui 2 per demenza avanzata. Un andamento abbastanza regolare e nessuna indicazione di un\ “slippery slope”.

Per completare segue l’informazione sui malati psichiatrici deceduti in seguito all’applicazione dell’eutanasia. Nel 2015: 56 casi (1%), nel 2016: 60 (1%), nel 2017: 83 (1,3%), nel 2018: 67 (1,1%) e nel 2019: 68 (1,1%).

Il giornalista scrive che “negli ultimi cinque anni, si è giunti al quadruplo del numero di decessi attraverso tale pratico nei pazienti con problemi di salute mentale”. Riferendomi ai dati sopra indicati i casi nel 2019 avrebbero dovuto essere circa 660 (4 volte 165), in realtà sono stati 230. Un’altra prova della superficialità, per usare un eufemismo, dell’autore.

Sul curriculum del professor Boer, che “insegna a Groningen”, a quale università, a quale facoltà?, (lo dico io: non risulta che insegna a Groningen!), ho già scritto prima. Lui sostiene che sarà “un catastrofe”. Significa da 2 casi all’anno si passa a 4 o a 40 o a 400? I miei fonti autorevoli non credono che ci sarà un incremento sostanziale visto la complessità dei casi e la prudenza di medici e degli psichiatri accogliere una richiesta di eutanasia di un paziente in una condizione di demenza avanzata. Dice anche che “è disumano assumersi la responsabilità di decidere della vita di qualcun altro”. La paziente ha deciso autonomamente e volontariamente porre fine alla sua vita quando certe situazioni, preventivamente da lei descritte chiaramente nella sua richiesta, si verificassero. La responsabilità del medico è solo onorare la richiesta quando possibile legalmente.

“Spesso sono i parenti che iniziano la procedura di eutanasia ….. “. Qual è il numero? Quale è la fonte? Insomma, questa affermazione è falsa. Mi spiego. L’articolo 2, paragrafo1, comma a. della Legge stabilisce che il medico abbia avuto la piena convinzione che si trattava di una richiesta spontanea e ben ponderata dal paziente. Sia la Commissione e il Pubblico Ministero lo considerano come un requisito di accuratezza sostanziale. Quando questo requisito, perché la paziente ha fatto la richiesta sotto pressione dei familiari o terzi, è stato violato, il medico sarà perseguito penalmente quando ha applicato l’eutanasia lo stesso. I medici sono quindi molte prudenti prima di accogliere una richiesta di eutanasia. Infatti, in quasi 20 anni dopo l’introduzione della Legge nessun medico è stato condannato per aver violato detto requisito, come nessun familiare o terzo ha denunciato un medico per lo stesso motivo.

Boer sostiene che “ci vedremo così centinaia di nuovi casi; e nei prossimi anni anche per i pazienti vicini nelle case di cura, come in una sorta di “contagio” di emulazione.”. Come già detto prima non si prevede nessun incremento sostanziale dei casi di eutanasia di pazienti mentali. L’accenno agli ospiti nelle case di cura è una vergognosa insinuazione e un offeso allo Stato olandese. Mi sembra che quel uomo ormai è fuori di testa e è scandaloso che un giornalista lo riproduce gratuitamente.

Non capisco cosa il protocollo di Groningen ha da fare con la sentenza della Corte Suprema. Forse perché l’autore vuol far capire ai suoi elettori come sono cattivi gli olandesi che ammazzano anche i bambini. Il protocollo di Groningen non riguarda bambini ma neonati (piccolo dettaglio!), con malattie gravissime, con prognosi infauste e quando supereranno il primo anno avranno comunque una vita piena di sofferenze terribili. I casi di eutanasia sono rarissimi, nessuno nel 2018.

Un altro dettaglio, questi casi sono regolati da una legge speciale e include il controllo della corretta applicazione dei requisiti di accuratezza da una commissione che non ha alcuna relazione con la Commissione Controllo Eutanasia.

Per chiarire la duo-eutanasia. Nel 2019 17 coppie hanno ricevuto l’eutanasia. Ogni paziente ha fatto la richiesta di eutanasia e ogni richiesta è stata valutata indipendentemente l’una dall’altra. Per ogni coniuge o compagna/o sono stati rispettati i criteri di accuratezza.

I disabili in Olanda sono meglio curati che in Italia. Punto. Un disabile che soffre insopportabilmente, senza prospettive se non una continua degenerazione, per esempio a causa della SLA, può chiedere eutanasia come qualsiasi malato. L’insinuazione dell’autore non sta in terra né in cielo.

L’informazione sul Covid-19 è tendenziosa e non si capisce la relazione con la sentenza della Corte Suprema. Anch’io ho letto il giornale Trouw, ma non solo, ho chiesto conferma della situazione olandese ad alcuni medici. L’esito del mio sondaggio è che la situazione in Olanda per quanto riguarda gli anziani nelle case di cura era decisamente migliore di quella italiana.

Aggiungo un altro punto. Le cure palliative e le cure del dolore sono accessibili in Olanda a tutti i cittadini ed è tra i migliori del mondo. Non come in Italia dove questo accesso è garantito solo per una minoranza e per chi ha i soldi per pagarli privatamente.  Indubbiamente le buone cure palliative contribuiscono a un numero minore di richieste di eutanasia.

Il problema dei giornali con un orientamento cattolico-conservatore o estremista è che di riffa e di raffa tirano in ballo il famoso piano inclinato. Dai dati olandesi ciò non risulta assolutamente nonostante che persone come il professore Boer sostengono che Olanda si sta affacciando direttamente sul precipizio”, senza però entrare nei dettagli con dati alla mano. Il punto è cattolici conservatori si stanno accorgendo che è in atto uno sviluppo mondiale inarrestabile di legiferare l’eutanasia e/o l’assistenza medica al suicidio. Spagna, Portogallo, Nuova Zelanda, Italia, Australia, le proposte di legge in 26 stati dell’US e i recenti sviluppi in Germania insegnano.

Johannes Agterberg, 4 maggio 2020

Fonti:

  • Johannes Agterberg: Libertà di decidere – fine-vita volontario in Olanda. Edito nel 2017 da New Press S.r.l., Cermenate.
  • Johannes Agterberg: Fine-vita volontario in Olanda – per chi ne vuole sapere di più. Edito nel 2019 da New Press S.r.l., Cermenate.
  • Sentenza Corte Suprema 19/04910 del 21 aprile 2020. *)
  • Commissione Controllo Eutanasia: Rapporti annuali 2016, 2017, 2018 e 2019
  • Zon Mw: Valutazione tematica della Legge – Incapacità di intendere e volere e la rappresentanza. l’Aja agosto 2011. *)
  • Zon Mw: Terza valutazione Legge controllo dell’interruzione della vita su richiesta e l’assistenza al suicidio. L’Aja maggio 2017. *)
  • Dying for Choice: Theo Boer’s extraordinary smoke and mirrors. 1° aprile 2019. **)
  • College dei Procuratori-generale: Circolare del 17 maggio 2017 ai pubblici-ministero con oggetto la decisione per il procedimento penale per quanto riguarda la interruzione attiva della vita su richiesta (eutanasia e assistenza al suicidio). *)<<
  • Lza/lp Rapporto 2018 Commissione di Controllo aborto tardivo e interruzione della vita di neonati. L’Aja luglio 2019. *)
  • KNMG (Ordine dei Medici Olandesi) Linee Guida per la richiesta di Eutanasia, Utrecht 2015.

*)         In lingua olandese. I rapporti della Commissione Controllo Eutanasia sono disponibili anche in lingua tedesca, inglese e francese.

**)       In lingua inglese.

Mercoledì 3 aprile 2019 è stato arrestato Angel Hernandez, che ha assistito la moglie, Maria José Carrasco per porre fine alle sue sofferenze insopportabili, facendola ingerire una sostanza letale. Si tratta quindi di un caso di suicidio assistito. La moglie soffriva di SLA da più di trent’anni e ha chiesto in più occasioni, tramite le media tra altro con due videoregistrazioni, la legislazione del VAD.
Dopo il decesso Angel ha chiamato la polizia informandola dell’accaduto. Quando la polizia ha accertato che il decesso è avvenuto con l’intervento del marito, è stato arrestato ma dopo una notte in prigione è stato rilasciato.
Secondo il Codice Penale spagnolo Angel può essere condannato a una pena tra due a dieci anni che potrà essere ridotta perché la moglie che ha chiesto espressamente di morire soffrendo di una malattia grave.
Nel caso che il giudice lo accusasse di omicidio, potrà essere condannato a una pena tra sei e dieci anni che si ridurrebbero di uno o più gradi quando “la vittima soffre di un’infermità grave che la porterà necessariamente alla morte o che causa gravi sofferenze permanenti e difficili da sopportare”.

Vari governi hanno presentato proposte di legge per legalizzare il VAD, L’ultima volta è stata in ottobre 2018. A favore hanno votato il Partito Socialista (PSEO) e Unidos-Podemos, contrari il Partito Popolare (cattolico conservatore) e Ciudadamos.
Secondo premier Sanchez ben 19 volte sono state bloccate la discussione o la votazione di dette proposte.
La strategia politica attuale è di far approvare una legge che consente il suicidio assistito e in una seconda fase l’eutanasia. Il segretario del PSOE, Sanchez, ha confermato che una tale proposta sarà inserita nel programma elettorale in vista delle elezioni politiche di fine aprile p.v.
La popolazione spagnola è fortemente a favore della legislazione del VAD, Secondo un sondaggio dell’IPSOS effettuato nel 2018 85% (!) è favorevole, nel 2009 era 74% (fonte CIS).
L’Asociacion Derecho a Morir Dignamente (DMD), l’associazione spagnola che si batte per la legislazione del VAD, stima che nel caso di una legalizzazione del VAD tra 4000 e 20.000 persone potrebbe chiedere il fine-vita volontario.

Il Tribunale nella provincia di Zhejiang ha condannato tre membri di una famiglia per avere commesso un omicidio, avvelenando la signora Weng. La signora soffriva di una malattia autoimmune e aveva chiesto al genero di comprare un veleno per topi che la permetteva di finire le sue sofferenze causate dalla malattia.

In presenza del marito, la figlia e il genero, l’ha ingerito ed è deceduto.

I familiari sono stati condannati da 2 a 5 anni di prigione. Il giudice ha commentato la sentenza, sostenendo che “Dando una pena mite, la società potrebbe erroneamente considerarlo come un incoraggiamento di atti simili. Invece una pena pesante rafforza lo spirito di prudenza”.

Non è il primo caso in Cina. In 2009 una donna è entrata in coma improvvisamente. Dopo una settimana dal ricovero, il marito incapace di sopportare le sofferenze della moglie, ha staccato il tubo della respirazione artificiale e la donna è morta dopo un’ora. Il marito è stato condannato a 5 anni di prigione per omicidio predeterminato.

Un sondaggio nel 2013, effettuato dall’Università di Shanghai su 3.400 cittadini di 34 città, ha evidenziato che 70% degli intervistati non era contrario all’eutanasia. Il Prof. Yan Sanzhong dell’Università di Jiangxi spiega la situazione cinese come segue.”. Cina non è ancora pronta per legalizzare l’eutanasia. A  causa della mancanza di un sistema globale sociale i cittadini non possono ancora scegliere come e quando morire. Il sistema sanitario è troppo concentrato sulle città sviluppato, che rende difficile per ospedali in aree rurali di essere preparati per prendere decisioni di tale portata”. Aggiunge che esiste il rischio che gli anziani vogliono morire per risparmiare denaro ai figli o al contrario i figli possono essere tentati di uccidere i genitori per scappare dalla responsabilità di curarli.

E’ stata costituita nel Regno Unito la Coalizione Suicidio Assistito (Assisted Dying Coalition – ADC – www.assisteddying.org.uk) La coalizione farà la campagna per il riconoscimento legale del diritto di morire volontariamente di persone che hanno il desiderio chiaro e deciso di terminare la vita quando la loro malattia è terminale o soffrono insopportabilmente. La coalizione è composta di sei associazioni e ne fanno parte anche medici e infermieri.

Nel Regno Unito il dibattito sul fine-vita volontario si è riacceso dopo la sentenza della Corte di Appello, rigettando la richiesta di un malato, Noel Conway, di poter suicidarsi con l’assistenza di un medico. Secondo Conway, la legge prevede la suddetta possibilità quando il decesso è previsto entro sei mesi, il malato ha ancora la capacità di decidere in modo volontario, chiaro, deciso e dopo essere informato adeguatamente.

La Corte ha concluso, che non spettava a lei di determinare la necessità e la proporzionalità di un divieto generale. Ha evidenziato che lo schema proposto da Conway era inadeguato per proteggere le persone deboli e vulnerabili e non prestava peso sufficiente alla santità della vita e al potenziale rischio di minare la fiducia tra medico e paziente. Conway si rivolgerà alla Corte Suprema per ottenere giustizia.

Dal 2015, l’ultima volte che il Parlamento britannico ha discusso una proposta di legge sul suicidio assistito, 233 malati (più di uno ogni settimana) sono andati in Svizzera per terminare la loro vita. Altre magliaie di persone non hanno la possibilità economica o fisica di recarsi in Svizzera. Oltre 1.500 britannici sono socio di una delle organizzazioni svizzere che assistono i malati a morire in modo dignitoso.

Quasi 80% della popolazione è a favore della legislazione del suicidio assistito (Fonte ISO/Economist 2015).

Da un sondaggio tra 1.000 medici, effettuato da medeConnect nel gennaio scorso, risulta che 55% era del parere che le Associazioni dei Medici dovrebbero adottare una posizione di neutralità per quanto riguarda il suicidio assistito di persone adulte, capaci di intendere e volere, in modo che ogni punto di vista è rappresentato.

32% era a favore di un aggiornamento della legge, 33% contrario e 34% era neutrale o non aveva un’opinione.

43% dei medici opterebbe personalmente per il suicidio assistito nel caso di una malattia terminale che causa sofferenze intollerabili, 27% era contrario mentre 29% non aveva un’opinione.

Johannes Agterberg, 8 febbraio 2019

Fonti: The Guardian, Press Association e World Federation Right to Die Societies.